"Figlia d'arte" è un termine
sincero nel caso di Aretha Franklin, senza esagerazioni. Suo padre è stato uno dei più
grandi predicatori gospel della storia americana e quando la signora Franklin abbandonò
la famiglia, lasciando Aretha in verdissima età, fu la grande Mahalia Jackson a curarsi
di lei e a coltivarne l'interesse per la musica.
La strada era segnata ma la via al successo è riuscita difficile. "Rapita"
alla chiesa appena diciottenne, Aretha faticò per anni nel mondo discografico
nonostante la fiducia che in lei riponeva John Hammond sr., lo scopritore di
Billie Holiday, Bob Dylan, di Bruce Springsteen. Fu un lungo purgatorio di canzoni
e di arrangiamenti sbagliati che naufragarono l'artista nella desolazione; fino
a che, nel 1966, Jerry Wexler la volle con se alla Atlantic e con un sapiente
colpo di bacchetta magica la trasformò. Bastarono due canzoni nemmeno nuove
(i never loved a man di Ronnie Shannon e respect
di Otis Redding), per creare il mito di
Lady Soul: una voce di velluto che garffiava, una musica altrettanto raffinata
ma scorticante, una straordinaria capacità di suscitare emozioni,
qualunque
verso intonasse.
Timida e spaurita, Aretha fu per anni la regina della musica nera, svariando in direzione jazz, pop e folk pur di
mantenere il proprio ruolo al vertice, ebbe la peggio solo quando arrivò la crisi del
soul dei primi anni '70.
Nelle varie vicende della sua vita privata e nei saliscendi discografici, un solo punto è
sempre stato fermo: la chiesa, il gospel, a cui ancora di recente Aretha ha dedicato
pagine toccanti. (one faith, one gospel, one baptism). "Ho sempre 'sentito'
la stessa musica," è la sua accorata confessione, "anche quando ero una star
commerciale, avevo la fede con me".
Ancora oggi la figura di 'soul woman' di Aretha Franklin rimane ineguagliata e le sue
sporadiche apparizioni sono diventate una vera occasione di culto per tutti gli amanti del
soul-blues.
Chain of fools
Like a natural woman
Respect
Until you come back to me